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L'introduzione nel
Cilento di questa pianta, originaria dell'Arabia meridionale,
sembra essere precedente al VI secolo a. C. Essa è da
attribuire ai coloni greci che in queste aree avevano fondato
diverse città.
L'azione mitigatrice del mare e la
barriera alle fredde correnti invernali provenienti da
nord-est posta dalla
catena degli Appennini, insieme alla buona fertilità del
suolo e ad un ottimale regime pluviometrico rappresentano
le ideali condizioni che permettono al fico di diffondersi
in tutta l'area cilentana.
Già Catone, e poi Varrone, raccontavano che i fichi
essiccati erano comunemente utilizzati nel Cilento e nella
Lucania come base alimentare degli agricoltori impiegati nei
lavori dei campi.
A partire dalla prima metà del '400 è documentata,
nel "Quaterno" doganale
delle marine del Cilento (1486), l'esistenza di una fiorente
attività di produzione e commercializzazione di fichi
secchi, avviati sui principali mercati italiani come alimento
di pregio.
Nel corso dei secoli, nel Cilento, si è andato
selezionando una varietà di fico, il "Bianco
del Cilento", derivato dalla
cultivar madre "Dottato". Esso si presenta
con buccia di colore giallo chiaro uniforme , polpa
di consistenza tipicamente pastosa, di colore giallo
ambrato.
Da tale varietà si ottiene un
prodotto essiccato con caratteristiche uniche e
di pregio.
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Grazie alla diffusione capillare
il fico diviene componente essenziale della solare cultura
cilentana. Nel periodo della raccolta, c'erano centinaia
di donne che lavoravano a tempo pieno da 3 a 4 mesi, a
seconda delle annate.
La raccolta destinata al consumo
fresco avveniva
a più riprese a seconda dell'andamento stagionale
e di solito andava fatta tutti i giorni, mentre il fico
destinato all'essiccazione, veniva raccolto ogni otto giorni.
Il fico destinato alla trasformazione veniva raccolto quando la fase di disidratazione
era già avviata ed il frutto prende la forma ed il nome di "moscione".
Una volta raccolti, i fichi venivano messi su graticci di
ginestre e fatti essiccare al sole per 3-4 giorni, rigirati quotidianamente,
operazione questa che andava fatta in coppia, e le coppie potevano rimanere legate
anche tutta la vita.
Successivamente le stuoie passavano alla "Passolara", luogo di raccolta
e di cernita dei fichi, fatta di tavole di legno di 3-4 metri, e su cui queste
si adagiavano. Di notte quando il tempo si metteva al brutto, l'incaricato di
turno, suonava un corno detto "tofa" per dare l'allarme, perché si
ritirassero i fichi.
Una volta essiccati i fichi
venivano sottoposti a differenti processi di trasformazione
a seconda del prodotto finale: farciti
con mandorle, noci,
nocciole, semi di finocchietto,
bucce di agrumi (ingredienti provenienti dallo stesso
territorio di produzione) o ricoperti di cioccolato.
Ancora oggi nei paesi del Cilento la raccolta, l'essiccazione
e la farcitura del Fico bianco avvengono con gli stessi procedimenti
del passato.
I fichi destinati alla farcitura, una volta scelti,
vengono aperti uno per uno; quelli sani vengono
farciti con una mandorla o una noce.
Una volta farciti vengono messi in grosse teglie
e cotti al forno per 10 minuti a 250 gradi.
Raffreddati e tolti dal forno vengono infine confezionati.
Anche per la preparazione dei fichi al cioccolato,
questi vengono aperti uno per uno, farciti
e ricoperti di buon cioccolato fondente.
Che siano freschi, moscioni, farciti o ricoperti al cioccolato
i fichi di Acciarioli vi regaleranno momenti unici di sapori
e profumi antichi.
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